Notizie dal mondo assicurativo — 24 agosto 2026
Sono passate quasi otto settimane dall’entrata in vigore della riforma del TFR, scattata lo scorso 1° luglio. Da allora, i lavoratori neoassunti nel settore privato hanno 60 giorni di tempo dall’assunzione per scegliere se lasciare il proprio Trattamento di Fine Rapporto in azienda — o, in alcuni casi, presso il Fondo di Tesoreria INPS — oppure destinarlo a una forma di previdenza complementare. Chi non decide entro il termine viene automaticamente iscritto al fondo pensione di riferimento, in base al meccanismo del silenzio-assenso.
Per i primi assunti dopo l’entrata in vigore della norma, questa finestra di scelta si sta già chiudendo o si è appena chiusa: un buon momento, quindi, per fare il punto su quanto gli italiani conoscano davvero questi strumenti. Una recente indagine condotta da SWG per Zurich, su un campione di oltre 2.000 persone tra i 18 e i 64 anni, restituisce un quadro a due velocità: da un lato la pianificazione finanziaria viene riconosciuta come importante, dall’altro mancano ancora le basi per trasformare questa consapevolezza in scelte informate.
Un Paese che conosce poco i propri strumenti di risparmio
Il dato più netto riguarda l’informazione: circa quattro italiani su dieci non si sono mai informati sulla previdenza complementare, e un lavoratore dipendente su tre ignora persino la possibilità di trasferire il proprio TFR dall’azienda a un fondo pensione. Il problema si accentua tra i più giovani: quasi la metà della Gen Z non è al corrente di questa opportunità, e circa uno su otto ammette di non sapere con esattezza cosa sia il TFR.
Il Trattamento di Fine Rapporto continua a essere percepito soprattutto come una rete di sicurezza da usare in caso di necessità, più che come un vero strumento di investimento. Questa visione prudente spinge la maggioranza dei lavoratori a preferire che resti in azienda, un atteggiamento che diventa via via più marcato con l’età, fino a superare i due terzi tra i Baby Boomer. I più giovani, al contrario, mostrano un atteggiamento diverso: la maggioranza della Gen Z sarebbe disposta a spostare il TFR verso un fondo pensione proprio per farlo fruttare, un orientamento nettamente più diffuso rispetto alla media generale.
Anche sulle regole di utilizzo del TFR permane un divario informativo: quasi tutti sanno che è possibile richiederne una parte in anticipo per esigenze come l’acquisto della casa o spese sanitarie importanti, ma solo uno su due conosce davvero le condizioni per farlo — e la percentuale scende ulteriormente tra i più giovani.
Il paradosso della Generazione Z: più aperta al rischio, meno preparata
Un quarto degli italiani ha già sottoscritto un prodotto di investimento, con una diffusione più alta tra le generazioni più mature. Resta però forte anche l’abitudine a tenere i risparmi liquidi, che assume forme diverse a seconda dell’età: contanti per i Baby Boomer, conto corrente per la Gen Z, “salvadanai” digitali per i Millennial.
Interessante il fatto che la propensione al rischio aumenti proprio al diminuire dell’età: Gen Z e Millennial si mostrano più interessati a investimenti a rischio medio-alto rispetto a Gen X e Baby Boomer. Ma questa apertura non è accompagnata da un’adeguata preparazione: quasi sette italiani su dieci dichiarano una conoscenza limitata o nulla degli strumenti di risparmio e investimento, e il dato è ancora più marcato proprio tra i giovanissimi.
Le difficoltà percepite cambiano a seconda dell’età. Per le generazioni più mature, il freno principale resta la mancanza di risorse economiche da investire. Per i più giovani, invece, pesa soprattutto una componente emotiva: la pianificazione finanziaria viene vissuta come fonte di stress da quasi un giovane su tre. Trasversale a tutte le età, infine, è la mancanza di una vera cultura della pianificazione di lungo periodo, segnalata da circa un italiano su tre.
Serve più informazione accessibile — e il consulente resta centrale
Un altro elemento emerso con chiarezza è la difficoltà a trovare contenuti comprensibili sul tema: la lamentano oltre sette giovani su dieci, ma anche più della metà dei Baby Boomer. Le fonti di informazione si stanno diversificando — social media, esperti online e persino assistenti basati sull’intelligenza artificiale iniziano a giocare un ruolo tra i più giovani — ma resta significativa la quota di italiani che semplicemente non si informa affatto.
Nonostante questi nuovi canali, il consulente bancario, finanziario o assicurativo resta il punto di riferimento principale, soprattutto per le generazioni più mature. E oltre due italiani su tre riconoscono a banche e assicurazioni un ruolo importante nel diffondere cultura finanziaria e nell’accompagnare le famiglie in queste scelte.
Cosa significa per chi si affaccia oggi alla scelta
Con la riforma del TFR ormai operativa, la scelta tra azienda, Fondo di Tesoreria e previdenza complementare non è più un tema teorico per chi entra nel mondo del lavoro: è una decisione concreta da prendere nei primi due mesi di impiego. I dati raccontano un’esigenza chiara: non basta sapere che la previdenza complementare esiste, serve capire davvero come funziona, quali vantaggi offre nel lungo periodo e quali sono le implicazioni della scelta — o della non scelta — che si sta per fare.
È proprio in questo passaggio che il ruolo di un consulente assicurativo può fare la differenza: aiutare le persone, specialmente le più giovani, a leggere le proprie esigenze e a costruire un piano previdenziale coerente con la propria fase di vita, senza lasciare che sia il silenzio-assenso a decidere al posto loro.
Fonte: indagine SWG per Zurich Investments Life, luglio 2026.

